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Un viaggio tra parole, borghi e memoria viva

La nostra ricerca identitaria

Non è solo una questione di parole. È una questione di identità. Di radici. Di suoni che ci appartengono anche se li abbiamo dimenticati.
Questa pagina racconta perché abbiamo iniziato a raccogliere dialetti, modi di dire, espressioni locali. Perché crediamo che dietro ogni parola ci sia una storia da salvare, un paesaggio da ascoltare, una voce da riportare alla luce.
Scopri cosa significa per noi fare arte con il dialetto. E perché, forse, riguarda anche te.

Una domanda semplice.
Che qui vale più di mille storie.

De do si?

In dialetto maceratese significa “Da dove vieni?”. Ma non è solo una domanda geografica. È un codice. Una mappa affettiva. Una forma di riconoscimento.

MarcheLove è un progetto che nasce nelle Marche. In una regione bellissima, ma ancora poco raccontata. Fatta di borghi e silenzi, artigianato e memoria.

Con questo viaggio tra dialetti, illustrazioni e installazioni, vogliamo restituire voce a quei modi di dire che ci hanno cresciute. Perché il dialetto non è solo linguaggio: è gesto, relazione, cultura.
Un luogo che parla piano

Essere Marchigiani

“Essere Marchigiani è un destino.
Significa stare al mondo in modo tellurico e fantastico al tempo stesso.”
— Cesare Catà

Essere marchigiane è un equilibrio strano.
Un po’ stiamo con i piedi nella terra, un po’ con la testa altrove. Un po’ vogliamo andarcene, un po’ ci manca tutto appena usciamo di casa.

Viviamo in una terra che somiglia al paradiso,
ma senza volerlo dire troppo forte.
Una terra che ha imparato a bastarsi,
a parlare poco, a fare tanto.

Abbiamo ereditato una lingua ruvida e bellissima,
che spesso ci vergogniamo a usare.
Troppo dura, troppo contadina, troppo “di paese”.

Eppure quella lingua è nostra.
È concreta e dignitosa.
È fatta di pause, gesti, espressioni.
È fatta per dire le cose come sono,
e per riderci sopra subito dopo.

Il dialetto marchigiano non è fatto per piacere.
È fatto per restare.
Per ricordare.
Per tenere insieme un’identità che cambia ma non si spezza.

“Un deserto così somigliante al paradiso da confondere gli angeli nel loro volo.”
— Cesare Catà

Il dialetto non si insegna. Si eredita.

La lingua che pulsa

È una lingua che si respira prima ancora di parlare.
Che si impara guardando le mani, leggendo gli sguardi, ascoltando le pause.

Nelle Marche, non esiste un solo dialetto marchigiano.Ne esistono decine. A volte diversissimi tra loro. Cambia l’accento da valle a valle, da paese a paese. In certi casi, due comunità a pochi chilometri di distanzaparlano lingue che sembrano venire da pianeti diversi.

In Italia si stimano oltre 30 varietà linguistiche principali, e almeno 6 gruppi dialettali distinti nelle Marche: dal gallo-piceno al sud marchigiano, passando per il maceratese, il pesarese, l’ascolano, l’anconetano…

Questo mosaico linguistico è un patrimonio fragile,
che rischia di perdersi in fretta —
anche perché spesso ci vergogniamo del nostro dialetto.
Lo troviamo “brutto”, “contadino”, “che non suona bene”.

Una parola in dialetto è un gesto,
è un’intenzione, è un ricordo che prende forma vocale.
È qualcosa che non si traduce, perché ha dentro un mondo intero.

In questa lingua non c’è nostalgia, c’è presenza.
Non c’è folklore, c’è sostanza.
Non c’è passato, c’è corpo.

Noi vogliamo ascoltarla mentre cambia.
Mentre si mescola con l’inglese dei meme,
con l’italiano dei social, con i silenzi degli adolescenti.
Non per salvarla, ma per viverla.

WhatYouSay: una mappa identitaria in costruzione

Stiamo cercando parole. Suoni. Espressioni.

WhatYouSay è un progetto artistico e relazionale che nasce con una domanda semplice:
“Come lo dite voi?”
Ma dietro ogni parola locale, c’è molto di più.
C’è una storia, un gesto, un legame. Una geografia affettiva.

Stiamo costruendo una mappa identitaria delle Marche attraverso i dialetti, i modi di dire, le espressioni quotidiane.
Non una mappa linguistica fissa, ma una mappa viva, che cresce grazie a chi la attraversa.

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e tu come lo dici ?

Ogni installazione nei borghi, ogni prodotto che creiamo porta con sé questa domanda.

Attraverso QR code, t-shirt, manifesti, micro-fogli e form digitali raccogliamo le risposte.Ogni voce, ogni variante dialettale è un tassello della mappa che stiamo costruendo insieme.

WhatYouSay vuole essere anche uno strumento culturale e turistico: un invito a scoprire i borghi marchigiani attraverso le loro parole. Giochiamo con il contrasto tra dialetto e inglese, tra radici e contemporaneità. Per far conoscere le Marche con la voce di chi le abita.

Aiutaci a raccogliere parole, suoni, espressioni, memorie.
Il tuo “niente” potrebbe essere il nostro punto di partenza.

I borghi come mappa viva

Non è solo una questione di bellezza.
Scegliamo i borghi perché qui l’identità si sente. Si vive. Si riconosce. Il dialetto non è una lingua morta: è una voce che cammina tra le vie di paese, è un saluto al bar, una risata dei vardasci, uno “Eh Sci No” lanciato col vento in faccia.

Nei borghi la lingua diventa paesaggio.
Ogni pietra, ogni vicolo, ogni voce contribuisce a raccontare chi siamo. I borghi non sono solo sfondo, ma dispositivi narranti:
spazi dove la memoria non è mai del tutto privata.

Qui non imponiamo una nuova storia, ma facciamo emergere quella che c’è già.
Una parola alla volta. Una storia alla volta.
Attraverso installazioni leggere, relazionali, temporanee
che si integrano con l’architettura, la comunità, la storia locale.

Ogni tappa è una raccolta. Ogni raccolta è una nuova voce sulla nostra mappa identitaria.
Perché il nostro obiettivo non è conservare, ma rigenerare relazioni, memorie, immaginari.

Non è niente. Ma è tutto.

Le cose si fanno bene e si dicono piano.
Siamo nate tra chi ha le mani d’oro e la lingua spezzata. Tra chi sa, ma non si vanta. Tra chi crea, ma dice “non è niente”. Tra chi ti guarda e sussurra: “Ma chi ce se calcola?”

Veniamo dai bordi delle frasi.
Dai racconti sminuiti, dai dialetti dimenticati. E ci portiamo dietro il dubbio che ci ha cresciute.

E se il dialetto fosse arte?
E se quella parola ruvida fosse più vera del dizionario? E se un QR potesse aprire mondi invisibili? E se un’illustrazione desse voce a chi non ha mai scritto nulla?

Non vogliamo essere moderne.
Vogliamo essere sincere. Usiamo il digitale come si usa una zappa: per dissodare, per riportare alla luce, per scavare nell’identità.

Non ci vergogniamo più del “troppo contadino”.
In quelle radici c’è l’unico linguaggio che ci salva: quello che parla di noi, senza paura di suonare storto.

WhatYouSay non è un ricordo malinconico.
È un atterraggio. Il ritorno di una lingua antica nel mondo contemporaneo. Il momento in cui anche il più timido tra noi può dire, con voce chiara:
“What you say, non l’ho scordato.”

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