Parole che dividono, parole che uniscono. Come il “ciargianese” ha fatto di ogni paese marchigiano un piccolo stato estero.
Parli ciargianese0Tu come lo dici? Ogni parola ha mille sfumature. Scrivici la tua versione o raccontaci una storia legata a questa parola.x?
“Ma che parli ciargianese?”
Questa domanda può sembrare una battuta, ma è un piccolo trattato di sociolinguistica marchigiana in cinque parole.
Una frase usata quando non capisci qualcuno, o quando parli un dialetto diverso da quello del quartiere accanto.
Ma anche – in modo più sottile – per sottolineare che sei fuori contesto. Uno straniero. Un fuori luogo.
In realtà, “ciargianese” non è nemmeno una lingua. È un non-luogo linguistico, una terra di mezzo tra “non ti capisco” e “non sei dei nostri”.
È il suono dell’incomprensione elevata a confine identitario.
E in una regione come le Marche, dove il dialetto cambia ogni tre curve, essere ciargianese può voler dire venire da 5 km più in là.
Ma da dove viene davvero?
La parola “giargianese” (con la G) è attestata anche nel Sud Italia e in Lombardia, dove è stata usata per indicare persone straniere o percepite come “altre”.
Nel tempo ha assunto sfumature anche discriminatorie, ma il nostro ciargianese marchigiano è più tenero: è lo straniero locale, quello che “non sei di qui” ma ci assomigli.
È il barista di Tolentino che non capisce il turista di Porto Recanati.
È il nonno di Treia che ascolta un trentenne di Jesi dire “è caldo MUNTOBE’” e commenta: “Che stai a dì? Parli ciargianese?”
Cosa dice di noi?
Il Ciargianese rivela quanto siamo localisti, quanto contiamo le parole, quanto ci sentiamo a casa solo quando ci capiscono al volo.
Ma allo stesso tempo, è un piccolo strumento poetico per parlare della crisi delle lingue locali, dell’identità, della nostalgia, del comico e del tragico nel non capirsi.


