Come si dice “lavorare (troppo)” in dialetto marchigiano?
(E perché lo diciamo con orgoglio, sarcasmo e una strana forma d’amore.)
“How does it feel to treat me like you do
when you laid your hands upon me…”
I New Order nel 1983 cantavano l’amore tossico.
Noi nel 2025 ci mettiamo le mani callose del nostro passato.
Quelle che la “fadiga” non l’hanno scelta — l’hanno tramandata.
Sì, perché nelle Marche non si lavora, si:
fadiga, laora, sgobbà, tribbulà, fatighèr, mastricià, lavurèr…
Ogni valle, ogni collina, ogni casa colonica ha il suo verbo preferito per dire:
me sto a fa’ un mazzo tanto.
Ma attenzione: non è solo un lamento.
È semiotica contadina, filosofia zappata, poetica del fare.
La “fadiga” marchigiana è un campo semantico tutto nostro.
Dentro c’è la stanchezza fisica, sì, ma anche l’identità:
chi sei
quanto vali
cosa hai costruito
e come hai imparato a non vantartene mai.
Lavorare stanca. Ma parlare di lavoro è punk.
In un mondo che urla “hustle”, “grind”, “performance” noi rispondiamo con:
“Tribbulà”, “penà”, “sgobba” — e un’alzata di spalle.
Perché qui il lavoro non si ostenta, si fa.
Poi si torna a casa, si mangia, e si dice: “Tutto apposto. Non è niente”.
È un modo tutto nostro per non caricare, per non pesare,
per nascondere la dignità dentro l’ironia.
E in fondo, non è anche questo un atto filosofico?
La fadiga come sistema di valori
Se l’avessi chiesto a Barthes o Bourdieu ti avrebbero detto che:
la fatica è un linguaggio.
un simbolo.
un dispositivo culturale.
Noi diciamo che è la radice della nostra resistenza creativa.
È saper fare bene senza dirlo troppo.
È non chiedere niente, ma lasciare il segno.
“How does it feel… to call it fadiga?”
E allora riascoltiamoli, i New Order, ma con un filtro marchigiano:
“How does it feel
when you laid your hands upon me
and called it… fadiga,
laorà, sgobbà, penà, lavurèr, tribbulà, mastricià, fatighèr?”
Cosa si prova a posare le mani sul passato e sentire che brucia ancora?
MarcheLove non vende slogan.
Trasforma parole dure in arte viva.
Raccoglie i verbi della fatica e li serigrafa, li illustra, li stampa.
Così che non vadano perduti.
Perché ogni “fadiga” marchigiana merita il suo manifesto.
E tu? Come lo chiami il lavoro nella tua zona?
Diccelo. Scrivilo. Appiccicalo su un muro.
Che poi ci pensiamo noi a farne cultura.

