Viandanti del sapere femminile: streghe, sibille, veggenti
Nella semiosi culturale delle Marche, esiste un termine che non si lascia facilmente circoscrivere:
Queste figure non sono semplici “streghe”: non appartengono né al demonologico ecclesiastico né al fantasy da manifesti illustrati. Sono sapienti popolari, ponti tra esperienza corporea, osservazione empirica e memoria culturale collettiva. In ogni borgo ce n’era almeno una: la donna che sapeva delle erbe, del corpo, della luna, dei sogni. La sua parola aveva peso non perché autorizzata, ma perché efficace (in termini di risultato e cambiamento percepito).
Da una prospettiva antropologica, le strolleche incarnano l’idea che il sapere non è monolitico né gerarchico, ma distribuito: non si trova nelle biblioteche, ma nei campi, nei gesti, nelle narrazioni. La loro presenza non è folklorica decoro: è prestazione epistemica — saper fare, sapere vedere, sapere raccontare.
Semioticamente parlando, strolleca è un segno che sfida gli opposti:
non è eroina canonica né villain
non è scienza istituzionale né superstizione ingenua
È un terreno di interpretazione dove il soggetto non è definito dal potere dominante ma dai processi interpretativi quotidiani. In questo senso, le strolleche non sono solo figure di folklore: sono agenti semiotici, attivatori di senso nelle relazioni sociali e nel rapporto comunità–natura.
La traduzione “blessed be STROLLECA me” non è un gimmick: è un modo per ribaltare un paradigma discorsivo che ha marginalizzato questi saperi come irrazionali. Qui la grammatica del dialetto diventa resistenza culturale, e la strolleca emerge come stratega della conoscenza non istituzionale.
In ogni pietra dei borghi marchigiani, in ogni sentiero di collina, il linguaggio delle strolleche continua a esistere. Non nascosto, ma oscillante tra visibile e invisibile — come ogni linguaggio vivo che non si limita a significare, ma produce mondi.

